giovedì 14 aprile 2011

via. riprovamoce.

Intanto esordisco co' la notiziona.
Racconto mio sulla fanfiction
buona lettura.
Poi spandemo un po' de merda sul mondo, che se la merita tutta quanta.
Intanto io la mattina, visto che a quell'ora per lo più so in macchina, ascolto pagina 3. Quelli che lo fanno non hanno bisogno di precisazioni, ne sanno più di me, immagino.
Per gli altri: non vi immaginate la caterva di minchiate che me tocca de ascoltà. I tizi che cercano di cavare una trasmissione culturale dai giornali italiani sono degli eroi votati al martirio. Malgrado ciò ogni tanto 'na perlina ce scappa fori.
Ce vole una logica specifica per l'oggetto specifico. Un mito.
Visto cmq che qualcosa succede anche da noi, qualcosa riescono a comunicare.
Ad esempio.
A Torino c'è la biennale della democrazia. La democrazia, du' giorni ogni du' anni se ne po' parlà anche da noi?
Invece la intervista a Mari nel Corriere della sera dovrebbe esse abbastanza interessante. Ma il corrieraccio l'ho già preso ieri, per un anno me pare anche troppo. Sul sito non me pare che ce sia. Quindi sentitevi il podcast della trasmisione fino a che ce sta il podcast. Oppure correte in biblioteca. È una ginnastica utile.
Nani e ballerine, ahahah. 25 modi per piantare un chiodo. Geniale.
La notiziona è che un ristretto gruppo de gente del PDL imparerà a legge'. Non lo dichiarano esplicitamente ma non credo che abbiano alternative, se vogliono dar seguito a ste cazzate
Male no' je po' fa.
Ce sarebbe anche altro. Ma caso mai fo un altro post. Terza notiziona.

martedì 4 maggio 2010

Pesco dal mucchio della roba letta da un po', visto che cmq non ci ho ancora scritto sopra nulla.

"Immaginare la legge marziale e i lagunari in piazza Duomo è improprio dal punto di vista storiografico e inattuale dal punto di vista politico". Si potrebbe sintetizzare con questa frase presa dalla postfazione di Simone Sarasso quasi tutto ciò che c'è da dire su questo volume (regalatomi da Enrico e Monica), ma siti come questo non esistono in virtù della sintesi (che cmq non basta).

Il volume sacrifica forse un po' troppo della realtà a esigenze narrative. Lo fa in maniera consapevole dei limiti e delle potenzialità del mezzo e quindi lo fa bene. Ma del resto perlare del primo colpo di stato dell'era repubblicana (riuscito) non è cosa facile, non senza precipitare nella semplificazione del romanzo d'avventura (in cui l'atto risolutivo è, appunto, risolutivo) e qui non c'è traccia di questo errore, delle convenzioni del fumetto d'avventura resta solo il drammone familiare.

Sia chiaro, parlare di questi limiti, sempre che siano limiti, già vuol dire che l'opera in se è notevole. Ritmo giusto, bei dialoghi (militari, li conosci. Non saprebbero trovarsi l'uccello nemmeno con un GPS).

Una vera graphic novel. Non fosse tale non saremmo nemmeno arrivati a discuterne. Me la sarei cavata con una nota del tipo "sta robba è na merdata" o con un silenzio pietoso.

Invece no, la storia, al di la della credibilità o meno della situazione fantapolitica (ma tanto per caspirsi, c'è un sacco più di credibilità in questa storia che negli apocalittici da cassetta ai quali siamo abituati) è ben congegnata, senza pippette (tutto ciò che va premnesso viene raccontato con dei flashback essenziali) ne sbrodolature. Nessun buon sentimento. Anche quando fanno del “bene” i personaggi lo fanno con motivazioni complesse, sono, appunto, più dei personaggi che delle macchiette, senza la pretesa di farne delle persone. Le persone sono cosa diversa dai personaggi, non sarebbe possibile altrimenti. Le persone sono vere, i personaggi sono meccanismi significanti, oggetti logici. Il tentativo di trattare i personaggi da persone produce, nei casi più felici, delle caricature grottesche e un po' inquitanti.

Qui l'errore non viene commesso ed è un bene,

Ben costruita, dicevo, anche le sbavature sono concessioni alle esigenze narrative (tipo la presenza di un test di gravidanza fai da te nel 69).

Poco da aggiungere, di sicuro da leggere, correte a comperarlo, fatevelo prestare o rubatelo.


A si, un'aggiunta d'obbligo

Fasci carogne, tornate nelle fogne.

giovedì 8 aprile 2010

titolo opzionale

avevo scordato il titolo: avendo copiato la nota direttamente da aNobii è comprensibile, magari non scusabile.

Laura Tosi, la fiaba letteraria inglese

Dunque, prima di venire ai difetti: buono.

Difetti. Come gran parte dei testi di questo tipo la revisione è stata meno accurata man mano che passavano le pagine. Verso la fine, esempio esplicativo, chiama le suffragiste suffragette. Errore che non aveva fatto nel resto del libro.
Per il resto, fatta la tara della passione moderna per una certa spocchiosità nei confronti delle interpretazioni complessive e una sostanziale incomprensione per l'opera di Bettelheim sulla fiaba, è un testo estremamente interessante, volto a rendere chiaro il nesso che, anche nella fiaba, o meglio sulle tematiche fiabesche, si è istaurato fra la contemporaneità e l'epoca vittoriana in inghilterra e in generale nella cultura in inglese.
(Basti pensare alle storie di fate che Gaiman, autore certamente inglese, ha introdotto nell'universo DC o all'ultimo film di Tim Burton su Alice, tanto per citare due esempi non presenti nel libro e che con il libro hanno scarsa attinenza). Il problema, caso mai, è che un'opera del genere riesce ad essere poco più che introduttiva, visto che suggerisce connessioni fra due periodi che abbracciano entrambi svariati decenni. Connessioni che andrebbero approfondite, anche tenendo conto che in realtà entrambe le epoche sono tutt'altro che omogenee. Cmq una bella lettura.

giovedì 8 ottobre 2009

svariate cose

Un altro che mena parecchio è Otomo.
Da quando a PG se faceva un festival dell'animazione che parlava de animazione invece che delle, per altro a volte piuttosto esili, personalità degli organizzatori, vi ricorderete di lui almeno per Akira, se non per l'intera retrospettiva e l'intervista in cui ci ha dato un ottimo saggio dell'alienità dei giappo.
Akira il film c'ha qualche difetto, soprattutto d'ermetismo. In più è troppo breve.
Pure il manga c'ha un buco o due di trama (ma po darsi che se me lo rileggo, a patto che quando rimetto piede alla biblioteca delle nuvole non me linciano, trovo che non è così). Ma non è di Akira che volevo parlarvi (scrivervi)
Sogni di bambini è splendido. azione, poteri mentali, personaggi ben tratteggiati (ricordando sempre che i personaggi, non essendo persone, vengono tratteggiati. Quando cerchi di scolpirli a tuttotondo diventano macchiette grottesche o caricaturali, oppure, ma a patto che tu abbia un buon livello di introspezione, il che è difficile negli esseri umani, delle banalizzazioni di te stesso. In ogni caso meglio tratteggiare quel che serve alla storia.)
C'è poco altro da dire se non affannarsi su particolari geniali, qualche pezzo di dialogo magistrale, roba così. Meglio tagliar corto e passare ad altro. Piuttosto che fare la descrizione di qualcosa che ti è piaciuto meglio fermarsi a un laconico: DA LEGGERE!

Per come la vedo io uno dei più grossi limiti degli anni 90 è stato che, visto che si vendevano fumetti a fiumi, le grosse case editrici aprivano sempre più serie personali per sempre più personaggi, spesso anche mai visti. Spesso poco validi anche come comprimari occasionali.
Tra quelli che trovo più insulsi c'è Darkhawk. Non mi dilungherò qui sulle ragioni che me lo fanno ritenere insulso, se non che è l'eccezione alla massima “non esistono pessimi personaggi, esistono pessimi modi di utilizzarli”.
Malgrado ciò, certamente il problema più grosso di questo personaggio è che se tu editi 100 e rotte serie regolari più svariate miniserie e il tuo concorrente principale 100 e più serie regolari più svariate miniserie e il terzo in classifica sempre e comunque decine e decine di serie e miniserie e poi ci stanno sul mercato 50 e oltre universi più o meno supereroistici più o meno chiunque riesce a scrivere e disegnare. E se questo è bene per la crescita artistica di scrittori e disegnatori un po' meno per i lettori, visto che se cani e porci possono pubblicare, indipendentemente da cosa, la capacità di pubblicare roba buona si arresta di fronte al fatto che non tutti crescono. Uno di questi è, a mio insindacabile giudizio, Danny Fingeroth.
Tanto per capirci se leggete “Amici e nemici” (l'uomo ragno + i new warriors) capite perché Darkhawk non ha mai avuto nemmeno una possibilità. Una storia che non sta assieme, in cui tutto e il contrario di tutto accadono senza altra coerenza che l'occasione del momento, in cui la trama invece che seguire una logica segue la forzatura illogica verso la scena successiva che viene poi forzata verso una scena ancora meno coerente e così via. Ora, se per non si sa bene quale miracolo sei riuscito a scrivere 50 e rotti episodi di una serie regolare (a casa mia vuol dire 4 anni e rotti di lavoro) e ancora scrivi così vuol dire che non imparerai mai.
Sui personaggi sorvolo, non ce ne sono.
Basti dire che a definirli macchiettistici si offenderebbero le macchiette.
Ovviamente Ron Lim ai disegni non aiuta, ma, per la prima volta nella sua carriera, credo, non peggiora la situazione.

Di Dorohedoro, mi pare, ho già parlato. Poco di certo che siamo solo al numero 3.
La premessa è intrigante, abbastanza da meritare un film (che tra l'altro sarebbe un horror ben migliore di bambini affogati che spuntano dalla vasca, ti strisciano nel letto o scappano dalla televisione). Anche se non lo so se il succedersi di scenografie radicalmente aliene andrebbe bene per un film horror.
In ogni caso un horror, la premessa narrativa non tollererebbe altro.
In questo numero l'azione comincia ad entrare nel vivo, i nostri penetrano nel mondo degli stregoni ed il mistero, invece che diradarsi, si infittisce.
È chiaramente un punto di svolta, adesso speriamo bene. Giocare col mistero è sempre un gioco rischioso a tirarla troppo per le lunghe si rischia che venga fuori una cazzata che annacqua inutilmente la storia.
Questa storia viene pubblicata in quasi contemporanea col Giappone, quindi è difficile sapere come va a finire prima di leggerla. Io, in ogni caso, un paio di volumi successivi a questo da qualche parte già ce li ho, vedremo se regge.
Per adesso certamente da leggere.
Devo solo approfondire cosa significa, nella cultura giapponese, questo ossessivo interesse per il cibo. Vi terrò informati/e.

Attilio Micheluzzi (che ho conosciuto sul giornalino quando disegnava Capitan Erik) aveva, non è un mistero, una passione sconfinata per gli aerei.
Tanto che è raro leggere una sua storia in cui ad un certo punto non ne spunti fuori uno.
Sarebbe quindi facile ipotizzare che Mermoz, sorta di riduzione fumettistica di una celebre biografia dell'aviatore francese, sia uno dei suoi capolavori.
E, almeno in parte, non si avrebbe torto.
In questo volume la sublime abilità illustratoria di Micheluzzi raggiunge picchi elevati (ho sempre pensato che il bianco e nero gli si addice parecchio) e ci sono tavole su tavole veramente magistrali.
Ma c'è un ma.
Di fronte all'opera tanto amata (e forse anche alla possibilità di disegnare scene di volo su scene di volo, non so) c'è come un'esitazione.
Parti troppo narrate, qualche salto dato un po' troppo per scontato, per gia conosciuto.
Insomma ben lontani dalla perfezione.
Sia ben chiaro, resta un fumetto magistrale di gran lunga sopra la media anche se decidessimo di restringere la nostra analisi solo al cosiddetto fumetto d'autore (i cui confini tendono a sfuggirmi grandemente. Ad esempio Glory di Alan Moore ci sta dentro? E Frank Miller? E se si, ci sta anche il suo Devil?).
Una tensione narrativa ben tenuta, personaggi ben delineati, un'aderenza alla realtà che quando si tratta di biografie è sempre difficile trovare (ma questa è una biografia molto vecchia e magari a quei tempi le biografie erano diverse).
Certo, si cade un po' nell'altra direzione, che poi sarebbe quella della mitizzazione (nella quale, non illudiamoci, ci sta anche il fatto che si è fatto fuori i primi soldi in alcol e puttane, un topos dei racconti eroici maschili almeno dai tempi della caduta e purificazione).
Vista la mia certa distanza dalla narrazione realistica, confesso che adoro di più il disegno (che ne caso di questo autore mi ha colpito subito, Capitan Erik e poi Petra Cherie erano i miei fumetti preferiti assieme a, e forse più di, Pinky, Asterix e Lucky Luke.)

mercoledì 19 agosto 2009

bestemmierei, ma c'è la censura

Qualche volta mi chiedo se basta un'incazzatura per far precipitare il mondo.
Quel che è certo è che se incazzandomi cominciassi a spaccare tutto farei meno danno, qualche volta.
Di certo qualche giorno fa, mentre mi incazzavo, ha cominciato a spaccarmisi un po' di roba senza che la toccassi.
Io leggo e scrivo di 'ste cose tutti i giorni (in realtà non tutti, ma me ne dolgo) ma vederselo succedere sotto gli occhi è una sensazione strana.
Ovviamente non è che gli oggetti hanno cominciato a volare in giro per la casa infrangendosi. È saltata una lampadina, portandosi dietro un elettrodo del portalampade, il mouse ha cominciato a dare fuori di matto, una corrente s'è presa dei fogli che credevo di aver fissato bene e delle cose appoggiate sul balcone sono crollate. Nulla di straordinario, quindi, cose che singolarmente accadono tutti i giorni. Ma vederle accadere tutte assieme durante un'incazzatura fa un'impressione notevole, soprattutto se un secondo dopo suona il telefono e vabbé, una o due cose ulteriori che preferisco non scrivere qui.
Letteralmente un flash.
Ogni tanto parlo di grappoli sincronici ma brrrr.
Tornando invece nel mondo della razionalità (non che ne siamo mai veramente usciti) in tutti questi mesi in cui non ho scritto non è che non ho visto proprio nulla.
Una delle cose, a cui davo la caccia da un po', era "Nadia. Il mistero della pietra azzurra". Ne avevo visti un paio di episodi in tv in un periodo che proprio non avevo tempo e mi era restata la curiosità.
Mi pare che non ne ho mai parlato. Sennò mi ripeterò e, se sono abbastanza saggio, mi contraddirò.
La serie è uno steampunk abbastanza classico. Aerei prima degli aerei, un carro armato multifunzione, qualche altro prototipo, vagamente funzionante di macchine che verranno realmente realizzate decenni più tardi.
Improvvisamente i protagonisti si trovano proiettati nell'avventura.

Il capitano Nemo, sommergibili nucleari, cannoni laser, computer quantistici, motori fantastici e satelliti artificiali. Atlantide e gli ultimi sopravvissuti di una specie giunta sulla Terra milioni di anni fa. La specie umana come bioandroidi creati da questi alieni e battaglie marine, una dietro l'altra, fino alla battaglia finale, nello spazio.
Nel complesso una bella storia, con, unico difetto, il fatto che i giapponesi sono, per i nostri standard, dei fanatici, almeno nei cartoni.
Ora, questo, applicato a cose occidentali suona a volte un capellino ridicolo (anche se a dir la verità io qualche vegetariano come Nadia l'ho già visto, ma non sono sicuro che sarebbe disposto a morire lui e tutti i suoi amici, piuttosto che pescare su un'isola deserta).
Saltando di palo in frasca.
Fra i miei autori favoriti della squola franco-belga (ma ste scole, poi, esistono veramente fori dal gusto etichettattorio della critica?) c'è Jean Van Hamme (viva l'originalità e la ricerca dell'autore sconosciuto, direte voi).
Tra le cose che ancora non avevo letto di sto tizio c'era (e in parte c'è ancora) una delle sue opere più quotate. XIII. Titolo minimale.
È il tatuaggio che sta su un uomo ritrovato ferito e privo di memoria sul bordo del mare.

Parte da qui una storia che parla di spionaggio e intrighi politici che ricalca molto (e intenzionalmente), fino ad un certo momento, la vicenda dei fratelli Kennedy. Quelli morti.

Molto, non integralmente, che altrimenti non ci sarebbe nessuna tensione narrativa.

Insomma, i primi cinque numeri di questa serie ci portano attraverso una storia sufficientemente complessa senza dimenticare mai né la giusta linearità che la trama principale deve avere, né la profondità che i personaggi principali non possono non dimostrare, me li mostrassero anche solo 3 vignette a numero.

Beh, XIII non delude. Non che mi aspettassi altrimenti.

Vedremo adesso, mollata la trama originaria (seppur non del tutto, come vedremo più avanti).

Intanto chi è sto XIII, dopo tutti i depistaggi e i giochi di scatole cinesi, lo sappiamo ancora di meno.

Van Hamme ha promesso che prima o poi ce lo fa sapé. C'ha 70 anni sonati, speriamo che intenda farlo prima delle banalizzazioni dei posteri.

In ogni caso è uno scrittore. Mente per principio. Racconta storie, inventa.

Già aveva promesso de chiude sta serie col numero 18 e ne so usciti almeno 19 (ma del resto Gaiman aveva promesso 68 numeri di Sandman e ne uscirono 72)

In ogni caso assolutamente da leggere

domenica 16 agosto 2009

che difficile trovare i titoli

Mentre mi accingo a scrivere l'Ansa batte notizia. Ardea, stupro. Ragazza denuncia stupro sulla spiaggia. Si verifica la posizione di tre romani.
Apparentemente tutto torna alla normalità. Quando non c'è bisogno di fomentare la caccia al mostro, all'alieno lo stupro rientra alla sua funziona normale.
La donna lo denuncia, ma prima di passare al'arresto o quel che è, bisogna vedere se proprio non si riesce a levarli dai guai, 'sti poveri ragazzi.
E non sento nessuno protestare che intanto ci sono tre pericolosi stupratori in libertà. Non sono percepiti come il mostro.
Meglio alleggerire, che il mondo è abbastanza terribile.
Passiamo al verificare come me lo giustifichiamo.
Malgrado il fatto che c'ho un par de metri de fumetti da recuperà, me sto a legge anche qualche omo ragno degli anni '90 che avevo saltato intenzionalmente.
Un altro dei miei periodi di crisi di spazio risolti con l'accetta.
Ora, è provato che i periodi di crisi di spazio si risolvono più facilmente durante le trame che mi fanno girare i cojoni. Non ci vuole un genio per capire che è più facile trovar posto per una storia che ti piace.
E francamente, ste storie, anche lette a piccole dosi molti anni dopo, non brillano.
I difetti più gravi sono: troppo psicologismo (che tradotto nella logica "soap" del fumetto seriale si può tradurre in: troppi personaggi porettammé); trame complesse e strascicate per così tanto tempo che perdono di senso e diventano tormentoni; personaggi che volendo troppo giocare sul mistero che li avvolge restano assolutamente fumosi.
Da lettore coerente, man mano, lemme lemme, li leggerò comunque. Ma si tratta della lettura di storie che mi servono solo per la migliore comprensione di trame che ho già letto in riduzione.
È facile che basti poco per farmi fare qualche pausa.
Che so, come la storia del Ragno Rosso, il Goblin nipote di Ben Huric e il clone di Gwen Stacy (dimenticavo, in questa storia sotto la maschera del Ragno Rosso c'è Peter, come conseguenza di una sottotrama che coinvolge Ben Reilly, un clone di Peter, Kaine, un clone di Peter e un terzo clone di Peter ancor più difettoso. Ditemi poi come faccio ad evitare le ripetizioni, quando ne parlo).
Per quanto riguarda la storia di Traveller, invece, ho l'impressione che alla fin fine si tratti della solita tempesta in una bottiglia.
Per inciso, alla fine, a meno che il tizio o i tizi che hanno fatto i riassunti non se droghino male, sta trama c'ha un paio de buchi che ce passa dentro un tir in derapage.
Che i tizi che fanno i riassuntini in rete se sbronzino de profumi e pratichino il consumo incompetente dei funghi più strani è un'ipotesi che, seppur non verificata, è credibile, visto il tasso di incomprensione macroscopica della trama che spesso dimostrano.
Vedremo.
Ora, è cultura diffusa che la lunga saga del clone segni uno degli esempi migliori de come se sputtatano idee anche buone (o per lo meno accettabili) dietro la folle necessià della scena ad effetto a tutti i costi.
Lasciamo da parte la grottesca morte de zia May. O meglio, trattamola solo superficialemnte perché richiederebbe un lungo post a parte.
Quando so in crisi riduzionista liquido sto tipo de trame con un laconico "il non voler vedere l'ennesima resurrezione è già una buona ragione per non uccidere un personaggio centrale".
È stato più laconico John Romita Jr, nel criticarla: "Se hai qualcosa da raccontare non hai alcun bisogno di uccidere un personaggio".
Soprattutto, aggiungo io, quando questo è ridondante, come ridondante è la morte di zia May nella vicenda narrativa di Peter.
Sono già morti i suoi genitori quando era bambino. È morto lo zio con cui è cresciuto e nell'episodio pilota della serie, non in un posto qualsiasi.
È morto il suocero, in una scena magistralmente soap. È morta la seconda fidanzata come conseguenza dello scontro con la sua nemesi. È morta la sua nemesi, che era il padre del suo migliore amico e che era uno dei pochi che lo apprezzava.
È morto il suo migliore amico, come conseguenza della morte del padre, del trauma.
Sono l'unico che percepisce una ridondanza che può arrestarsi qui? Che per lo meno sarebbe meglio interrompere qui per scrivere qualcosa di nuovo.
Ma ok, non volevo parlare a lungo di questa cosa. Torniamo al contingente
Tutta la trama di Warren, se scritta meglio e non espansa per 200 numeri poteva anche risultare buona.
Una bella storia di cloni da gusto a tutti scriverla (poi non sarà "il presidente moltiplicato" ma del resto nessun'altra lo è).
Che una delle 5000 basi di Goblin potesse essere scoperta, al di la che non è una novità (l'ha trovata Henry, l'ha trovata lo psichiatra di Henry, l'ha trovata il marito di Betty, l'ha trovata persino il primo tizio con la testa a zucca, la lista sarebbe lunga) ci può anche stare.
È l'ennesima ridondanza ma almeno un senso ce l'ha.
Se lasci in giro un arsenale prima o poi qualcuno lo troverà, magari è possibile pure che lo usi.
Anzi, stando alla III legge Morrison sul funzionamento degli universi narrativi, in quell'universo li è raro che non lo usi.
Ma dio santo. Se trovi l'arsenale di uno dei maggiori criminali della città e vuoi usarlo per diventare un eroe, per quanto tu possa essere incapace, vuoi cambiare almeno il costume?
Che c'è? Hai un'idiosincrasia rispetto all'evitare scontri inutili con gli altri vigilanti della città?
Insomma. Ste du o tre cose, tanto de veleno sul fumetto marvel de quel periodo avrò l'occasione de rovescianne da un'altra parte. Un'ultima cosa, però, che mi sovviene. I cloni di Warren hanno un fattore degenerativo dovuto ad un difetto di replicazione. Chi più e chi meno. Ma cazzo. Possibile che proprio il suo personale, seppur uno solo, degenera proprio alla fine dell'episodio, nel momento in cui era diventato un impiccio? No, dico. Visto che ai fini della storia non serviva a nulla, potevano pure evitare di mettercelo. Almeno aveva un senso. Un po' come il correttore ortografico di questo blog. Essendo inutile, se non dannoso, non sarebbe meglio levarlo?

giovedì 13 agosto 2009

du cazzate

Aung San Suu Kyi condannata a 18 mesi per impedirle di partecipare alle elezioni. Chissà che ne pensano Travaglio, Grillo e Di Pietro di sto modo molto loro di concepire la democrazia?
Sarà che essere condannati, a volte, non è un discredito.
Immaginate l'Assemblea Costituente senza i condannati dal sistema giudiziario ancora in vigore, vuoto per pieno, a quei tempi?
Il problema è che la scatola delle cazzate è sempre aperta.
Ma questa cojonata della via giudiziaria al socialismo che è ancora imperante in Italia è insopportabile. Come se i giudici, con qualche trascurabile eccezione, non facessero parte delle stesse logge, anche segrete, dei magnati della comunicazione, dei generali dei carabinieri, dei mafiosi. Tutti assieme a pranzo a ingozzarsi alla faccia di chi lotta per campare, di chi combatte per i diritti, di chi sbarca il lunario alla bell'emmeglio.
Vabbé, alleggerimo.
Ridendo e scherzando me stavo a guardà un po' de video de metal che me so capitati sott'occhio 'sti giorni. A conti fatti sto a cercà de mette ordine, potete immaginà che casino.
Erano per lo più a tematica horror, che ce vole, per sta dietro ai testi de parecchi de loro.
Peccato solo un po' monotematici. Inoltre un solo numero di Spawn è 50 volte più tetro (non parlamo de Hellblazer). Poi me so visto i Metallica. 4 spogliarelli e vago soft-porno. Almeno non nascondono il target sostanzialmente adolescenziale maschio.
Ma bando alle ciance, recupero per recupero ho cominciato a legge il manga de Galaxy Express 999, magari qualcuno se ricorda il cartone.
A conti fatti l'opera de Matsumoto c'ha 4 o 5 punte ideologiche che per noi occidentali so ostiche (o po darsi che il tizio stia veramente fori come un balconcino).
C'è da di che, tagli, traduzioni fantasiose (a voler essere buoni) e doppiaggi fatti con un po' ogni orifizio del corpo aiutano a rendere del tutto astrusi anche interi passaggi di Capitan Harlock, di per se piuttosto lineari.
Ma con sta serie raggiungevano dei picchi creativi senza pari.
Leggendo il manga il tutto è più comprensibile.
Più d'una volta, magari, di fronte a qualche passaggio topico o qualche dubbio cosmico la tentazione de di: "si, vabbé, ma mo annamose a fa na passatella, va" (a questo proposito, un po' de giorni fa ho visto, in questi programmi di promozione turistica, la bumbabah - o come mai se scriverà) è forte.
Quel che è certo è che tratta con maggior profondità, ma soprattutto spaziando più ampiamente, attorno a una tematica che è quanto mai attuale. Potenza profetica della fantascienza.
Quanto possiamo permettere alla scienza di interagire coi nostri corpi, modificandoli? E fino a che punto di questa mutazione possiamo ancora dirci umani, prima di cambiare, anche ontologicamente, in qualcosa d'altro?
Tematica interessante ed attuale, trattata co molta più intelligenza (nel correttore ortografico de sto blog non c'è intelligenza. Sarà significante?) e sensibilità di quanta ne spunti fuori dalla cinica strumentalità clerico-fascista o balbettante mancanza di idee e coraggio a cui ci ha condannato il dibattito nostrano sul testamento biologico (che incidentalmente, poco o nulla c'entra con il tema).
Quindi pur uscendo 'sti volumi col contagocce, come un po' tutti i manga divertenti, ultimamente, li prendo volentieri.
Mo ho finito il tempo, rileggo e pubblico sto pezzo.

giovedì 30 luglio 2009

la ignis

intanto questa, poi, se mi riesce, scrivo anche qualcosa

mercoledì 29 luglio 2009

sparare ai re e ai tiranni

Buongiorno

Oggi si celebra(va) la corretta ricetta per la tirannia.


Ho riascoltato i Doors (toh, beccateve sti du o tre pezzi, anche su feisbuk).

È curioso come sto gruppo, a conti fatti anche bistrattato, almeno da certa critica, ha detto la sua sul dibattito tra musica colta e musica popolare. Un giudizio gordiano, verrebbe da dire.

Ma passamo ad altro. Oesterheld, oltre ad essere stato uno dei maggiori scrittori di fumetti sud-americani (ma sull'esistenza di una scuola sud-americana ci sarebbe da discutere) è morto, adesso lo sappiamo, o almeno lo possiamo ipotizzare, probabilmente gettato vivo dalla stiva di un aereo (è sempre utile ricordare con chi si ha a che fare), svanito nel nulla assieme alle 4 figlie (ma non assieme, lo sterminio mirato è stato uno stillicidio continuo) grazie alla dittatura argentina.

C'è chi si fregia ancor oggi delle amicizie che vanta in quella ghenga sanguinaria. Dovrebbe farci riflettere.

Prima di cadere vittima della barbarie, ha scritto varia roba, tra cui una delle opere centrali del fumetto mondiale, di quelle che anche negli abissi più profondi dell'ignoranza hanno per lo meno sentito nominare, che poi sarebbe l'Eternauta, da molti ritenuto metafora lucida dell'insorgenza della dittatura nella società argentina (fatto sta che i giudizi a posteriori so boni tutti a darli. Me chiedo dove stavano a gurdà prima e durante. Questa è quella che ritengo una domanda succosa).

Parlare quindi di una delle opere a conti fatti minori (se esistono opere minori per gente come lui), ristampata un tre anni fa nei fumetti de Repubblica, non è cosa facile.

Molto è stato detto di un autore che non può più difendersi da oltre trent'anni.

Cominciamo quindi con un luogo comune.

Mort Cinder è la metafora della lotta contro l'oppressione e l'ingiustizia, tanto quanto alcune delle maggiori icone del fumetto anglo-americano, con il sovraccarico del destino dell'autore e la sua dichiarata ostilità contro l'autorità.

E qui cominciamo, perché le grosse icone della lotta contro l'ingiustizia e l'oppressione, soprattutto quelle americane, sono per lo più icone governiste, grandi baluardi dello status quo piccolo borghese e che per lo più si battono contro l'oppressione e l'ingiustizia fuori dai confini nazionali. Dentro i confini solo spie e ladri di polli. Cecità selettiva, un classico.

Beh, Mort Cinder non è così.

Secondo distinguo, quello interno. A conti fatti, tolta la prima storia, quella con l'arco narrativo più esteso, queste sono storielle del tipo “l'immortale racconta le sue esperienze”.

Interessanti, capiamoci, ma non necessariamente il massimo dell'impegno politico. A meno che la tesi implicita non sia: noi tutti ci faremmo tranquillamente le nostre tranquille vite, è l'ingiustizia che ci marca stretto costringendoci alla ribellione. È una reazione vitale, come cercare l'aria quando si spunta da una lunga apnea.

Ma implicita. Lo so anche io che la schiavitù presso i popoli antichi era un'ingiustizia terribile, una barbarie colossale eppure noi celebriamo la gran civiltà dei padroni.

Il problema è che se vo da un padrone de merda che magari sottopaga 50 cinesi rinchiusi in uno scantinato con una latta de pomodori come cesso lo sa anche lui che la schiavitù presso i popoli antichi eccecc.

In pratica belle storie e intense, ma la fama che sto personaggio se porta dietro è così fondata? Non credo, non sarebbe sufficiente.

Terzo distinguo. Noi cresciuti leggendo per lo più fumetti dei due grandi macroversi americani prestiamo un'attenzione alla coerenza narrativa che forse non è comune. Non lo so.

Del resto la fede nella coerenza narrativa è per lo più infondata anche nei macroversi, dove spesso arriva uno che è bravissimo a scrive un po' quel che je pare.

Che so, stravolge l'Uomo Ragno che sembra Devil, riscrive n'altra volta la morte de Elektra para para. Cose così (La prima morte de Elektra, tanto per capisse e non approfondisco che sennò vengon fori 200 pagine.)

Ma cazzo, non facevi prima a scrive Devil?

E se ce volevi riscaldà na storia già vista, non poteva almeno esse una storia tua?

Ma è già molto che ho capito che ste cose nella cosiddetta scuola sud-americana (per non parlare il fumetto d'autore europeo) non hanno cittadinanza. Almeno quando si parla di fantascienza.

Sto tizio, na volta pare che more e risorge, un'altra volta viaggia nel tempo, un'altra volta pare che se ricorda le varie incarnazioni. Boh. Tutta sta roba, anche con anni di esperienza nell'arrampicata sui vetri, me riesce difficile farla stare assieme.

Comunque queste lunghe digressioni poco hanno a che fare con il centro della nostra dissertazione.

Parto, quindi, prima di affrontare il nocciolo della faccenda, per l'ultima tangente.

Alberto Breccia è uno dei più grandi disegnatori che la storia ricordi.

E queste tavole sono così magistrali che passerei ore ed ore a rimirarle (e anche qualche mezz'ora ogni tanto a ringraziare di vivere nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte).

Se mai mi fo uno studio voglio ingrandirmene una su una parete.

Quindi che aggiungere? Magari un esempio di queste illustrazioni, posto che la rete me lo permetta (buffo, oramai parlamo tranquillamente dei limiti della rete come 5 anni fa parlavamo dei limiti della rete in Cina. Buffa la capacità d'adattamento della gente)

Ma venimo al sodo. La fama di un personaggio.

È abbastanza evidente che le storie successive sono le svogliate serializzazioni di un autore più che buono con un personaggio che, funzionando, è richiesto.

Ma di fronte alla prima storia (tecnicamente la seconda, la prima è la storia a solo della voce narrante) è evidente che sono svogliate.

Il tizio che torna sistematicamente dalla morte per combattere il cattivo di turno, che si sta impadronendo della volontà delle persona per costruire una società in cui una sola mente muove molti corpi per il bene collettivo del capo è una metafora potente, non mascherata, di quelle che possono uccidere.

E neanche dire che la metafora solare sia inconscia, troppo chiaramente usata, troppo assenti le sbavature per dubitarne.

C'è una volontà potente dietro questa storia. Un'intenzione ben meditata.

Tutt'altra storia e che vale da sola l'intero volume.

Il resto si legge con piacere, è ben sopra alla media, ma è mestiere. Bisogna pur mangiare.

Chiudo con Leadbelly, tanto per sovraccaricare.

sabato 25 luglio 2009

arcumincio

È la partenza che costituisce un problema in se. Non scrivere il blog, ma scrivere.
È un'attività che negli ultimi mesi ho praticamente abbandonato.
Ma visto che considero la scrittura parte di me, di ciò che mi definisce e mi da gioia, non è un'assenza indolore.
Eppure ripartire costituisce un problema, l'occhio rumoroso sempre acceso è un muro al pensiero.
Gli analisti più lucidi l'avevano capito alla perfezione già nel '48.
2 pagine ogni 10 giorni non è scrivere.
Io sono di quelli artigiani, scrivere è sudare sulla pagina ore ed ore al giorno con misurata regolarità.
Non parlerò dei fattori che disturbano, già faccio post lunghi. Questo diverrebbe sconfinato.
Basti dire che su questo c'è un rapporto narrativo dialettico frà Shining e La ricerca del tempo perduto.
Molto della vita disturba la narrazione, che non è descrizione del mondo, ma costruzione di senso e quindi, in più di un modo, costruzione del reale.
C'era un pezzo de Travaglio su un vecchio Linus che parlava dell'enorme capacità de Mauro Mazza in questo campo, che ha costituito la ragione centrale della sua carriera. Costruire la realtà.
Travaglio è un liberale (ma sul serio, non come quelli del PD) e quindi io e lui non semo mai d'accordo, ma conosce bene il giornalismo. Su questo argomento è un maestro. Sa de che parla.
A proposito de vecchi Linus, ma non vecchissimi (2006) sto a legge gli ultimi tre anni, che ero rimasto indietro.
Dico subito che salto, per lo più, i redazionali e gli articoli.
Già il mio interesse per il dibattito interno del PD è nullo (tutto quel che mi interessava della decomposizione è stato soddisfatto da "Lo zoo di Venere") meno ancora per quello dei DS di allora.
In più fa rabbia legge roba scritta con estrema saccenza e che si dimostrava fallimentare già nel tempo di stampa.
Io non ho niente contro le Cassandre. La ragione è che Cassandra ce cojeva. Eron j'altri che co le loro analisi semplici stendevon un velo de cazzate sulla percezione esatta de la realtà.
Quindi salto sta roba , che tanto appare come la narrazione miope di una realtà alternativa. Una proiezione del futuro col fiato così corto che non regge la cronaca.
Restano i fumetti.
Vignette e strisce, alcune belle altre un po' meno. Qualcuna che me piace, altre poco. Non sarò né completo né esaustivo, per fortuna.
Maramotti me piace, non è che sia un fine analista nella realtà, ma il tratto è buono e la battuta è sempre ben compresa nella pagina. E per lo più sconta la piccola borghesia imperante in sta società che slitta ogni giorno più puntualmente a destra.
Fra un po' gli striscioni fuori dai campi di concentramento contesteranno il colore della rete che mal si sposa col circondario, non l'immonda reclusione di esseri umani.
Resta il fatto che quando sfugge al triste condizionamento del quotidiano è un grande.
Tra le poche cose scritte che non salto, almeno quando parla del triste mercimonio che in italia è il mestiere del giornalismo, c'è Travaglio.
Almeno è uno che per lo più regge oltre le 10 righe. Sarà che è capace di fare qualcosa più che affermazioni apodittiche. Je fo, però, un appunto. Non commenterei i peggiori passaggi contemporanei con espressioni tipo "scene da prima repubblica". Intanto "prima repubblica" non vol di niente. Avremo anche cambiato qualche volta la legge elettorale e anche qualche passo della Costituzione. Ma per definire una cosa "prima repubblica" ce ne vorrebbe una seconda. Non lo so se non siamo più nella prima, a me non pare, ma di certo non siamo nella seconda. Inoltre la maggior parte delle cose così commentate nella cosiddetta "prima repubblica" non se sarebbero viste. C'aveva altri difetti.
Scene da basso impero, come più giustamente anche Travaglio usa.
Solo che noi aspettiamo il provvidenziale 18 brumaio. Siamo un paese avventista che aspetta che il nuovo autocrate scacci il vecchio autocrate e chi s'è visto s'è visto.
Che volete, avecce delle opinioni è fatica e poi chi lo sa se non fai torto a qualcuno?
Peanuts non dovrei nemmeno nominarli. Scuadra che vince non si tocca. Siamo a quanto? La centesima ristampa? Ma la rivista se chiama Linus ed è come se avessimo bisogno della provvidenziale coperta.
In realtà non so voi, io c'ho caldo.
Minimale come le vite che ci si vol fa vive. Ma almeno a parlà so bambini, è normale che le loro vite sien semplificate.
Non ce se chiede de identificasse.
Oggi, mentre stavo a fa le linguine co la zucca, però, la solita domanda "ma che cazzo c'entra il grande cocomero?"
Forse, più semplicemente, era un taglio sbagliato.
BSE, Dolly, Aviaria. Qui c'è poco da dire. Assurdo, sensa senso, non fa ride e non parla de nulla. Tre personaggi che so battute sugli scandali biologici del periodo che fanno commenti insulsi su se stessi. Segno che qualsiasi argomento, per quanto complesso, può essere un buon pretesto per parlare di nulla.
Un po' come guardare Zelig, tanto per capirci.
Marassi è buono. Come ogni vignettista deve misurarsi col fatto che non si può sempre essere al'altezza del tema del momento, ma non è mai stupido, il che, per la tradizione vignettistica italiana, non è scontato per nulla.
Pupilla, con qualche gradevole eccezione, me pare de un qualunquismo disarmante.
Doonesbury. Ho smesso de comprà quasi tutto, de fumetti, un po' per i soldi, un po' per lo spazio. Continuo a sborzà il prezzo de sta rivista sostanzialmente per sta striscia.
Non è la sola. Ma potrei leggermele live su internet senza attendere la traduzione qui dentro. Il fetisc ce l'ho solo con questa.
È stupenda.
Parte dai personaggi e dalle loro vite e con quelli affronta la storia. Esagero? Vabbé, la cronaca di un paese.
Linus è l'eterno bambino, dopo 70 anni ancora bambino.
Questi crescono e, attenti, prima o poi accadrà, muoiono. È sempre più facile essere prolissi con le critiche, piuttosto che con le lodi.
Dilbert. Bella dura. C'è poco altro da dire. Appunto, nient'altro. Le strisce aziendali o sono dure o sono gag davanti alla macchina del caffè.
Un Bertoncelli a sparare cazzate. Gira che ti rigira resta uno dei pochi che quando scrive de musica, in Italia, se riesce a legge. Il che, di per se, non è un complimento.
Get Fuzzy. Uno sfigato, un cane stupido e un gatto opportunista chiusi nel loro microverso quotidiano. A volte divertente, raramente noioso, senza nulla cedere alla creatività, beninteso.
The Boondocks. L'altra sola striscia che leggo con estremo piacere. Punto.
Monty. Quasi fastidioso sulla china dello sfigato. Eppure ci sono delle punte davero geniali qua dentro, soprattutto quando emerge uno sguardo di sfuggita sul dolore dei comprimari.
Stupendi l'alieno, il gatto ecc.
Magnifiche le satire lucidissime sulle campagne "pubblicità progresso". Luci ed ombre, insomma.
Cento demoni. Piena di disperazione e fin troppo intimistico per i miei gusti, però, nel complesso, bella.
Inutile negaselo, come diceva Nice, sguazza sguazza è sempre e comunque na pescolla. Ma anche 'nto na pescolla c'è chi va più a fondo e chi meno. Lei va a fondo e senza retorica frignona.
Come conigli. Sesso. Rolf Konieg me piace proprio per i suoi eccessi. La società piccolo borghese flaccida e repressa e il suo rapporto con il sesso.
Fine?
Per ora!