domenica 3 febbraio 2008

V

Quando siamo su un altro livello, si vede.
Mi sono riletto V for vendetta di Alan Moore e David Lloyd.
A parte, si fa per dire, i disegni che sono splendidi (e nel bianco e nero originale la cosa spicca ancora di più) la storia è dirompente.
Molto meglio di come la ricordavo, al punto che invece che in archivio 'sto albo lo metto ad un certo punto, non troppo in basso, nella mia purtroppo sconfinata lista di lettura.
La storia è, udite udite, un racconto distopico post nucleare.
Più o meno il sottogenere fantascientifico che odio di più.
Ora, una delle ragioni per cui cui io non sopporto 'sti romanzi è che il sottogenere post apocalittico, qualunque sia la causa del crollo della civiltà, per lo più indulge nell'intimistica dinamica autoreferenziale del protagonista che si guarda l'ombelico per tre quarti della storia.
In un racconto breve potrebbe anche starci, ma da un intero romanzo, per lo più, pretendo anche che succeda qualcosa.
I restanti post apocalittici sono dei deliri fascisteggianti sulla naturale bestialità umana tenuta a freno, per fortuna, dai leader naturali che la società borghese teneva schiacciati in ruoli marginali. Che so, garzone di bottega, impiegato alle poste ecc.
Anche questo racconto parla della società che ci tiene prigionieri, ma ribalta completamente i pezzi sulla scacchiera.
Quando Finch capisce che a rendere V quello che è non è stata né la prigionia, né le torture né le droghe, cose che hanno devastato i suoi compagni di prigionia fino ad ucciderli, ma la presa di coscienza semplice e funzionante che in qualsiasi situazione sociale, malgrado i lacci materiali, in ultima analisi "Chi è che controlla e vincola la mia vita, tranne me?".
Ora, in questo piccolo passaggio c'è la differenza tra il sapere e la comprensione, l'illuminazione, se preferite.
Altro tratto saliente della narrazione è il passaggio in cui V illustra a Evey le funzioni sociali del distruttore e del costruttore in una rivoluzione e la consapevolezza che nessuno può veramente incarnare i due ruoli, poiché il distruttore, alla fin fine, sempre distruttore resterà.
È un po' quello che dice Marcos rispetto al fatto che i militari non possono partecipare alla costruzione della società nuova e all'esigenza che in ultima istanza non sia possibile che in loro risieda alcun organismo decisionale che non attenga strettamente alle strategie belliche.
Se pensiamo al preciso ingranaggio che V costruisce nell'istruzione di Finch comprendiamo fino in fondo la sua consapevolezza del problema.
Potrei parlare per ore dell'intricato intreccio, delle citazioni, dei rimandi da una parte all'altra della storia per cui, quando si ripresenta, una situazione cambia di senso.
Ciò che distingue le grandi opere è il fatto che non le esaurisci con una recensione, vanno lette e rilette.
V for vendetta rientra in questa categoria, accanto a poca altra roba. Molto meno di quanta ne venga osannata.
Ora, è arte anche il resto, malgrado non sia grande arte (ieri sera, sentendo Bocelli che aborro parlare della musica con estrema arguzia godevo. Peccato che poi, a conti fatti, a me faccia schifo comunque la gran parte della roba che fa) e nessuno cresce introiettando le forme della grande arte o leggendo ecc solo le opere approvate dal grande indice della critica (tanto per capirci, attenendoci alla scrittura che comunque è il campo da gioco che più mi interessa, per imparare a scrivere di merda bisogna leggerne a secchiate) però ogni tanto un'opera di questo tipo da veramente gusto leggersela.
È per questo che intendo rileggermela presto.
Chiudo con una citazione, che è perfettamente in tema con il dibattito sulla magistratura che ci ammorba dai primi anni 90. "La giustizia nulla significa senza la libertà".
Essendo quest'opera piena di citazioni chiudo qui, che è meglio.

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